Settembre è il mese del ritorno a scuola. Ma a Monza, settembre, è anche il mese del Gran Premio.
Io l’autodromo l’ho visto fin da piccola, come molti dei ragazzi che vivono in questa città.
Non da tifosa, ma andando in bici con mamma, papà e Nicco nel parco.
Alcune volte entravamo nel bosco vicino alla variante Ascari, lì c’è un passaggio un po’ nascosto, e percorrevamo il sentiero che passa accanto alla pista e sbuca sulla vecchia parabolica.
Che emozione quando capitava di vedere le Lamborghini o le Porsche lanciate, che rallentavano all’ultimo momento in cima alla salita con i freni che diventavano incandescenti in un attimo.
E sulla vecchia parabolica, che divertimento quando ci arrampicavamo, tentando di arrivare fino in cima.
Papà era quello che faceva più fatica di tutti, arrivava a un certo punto e poi che risate a vederlo scendere, strusciando il sedere per terra.
Una volta avevamo visto perfino una biscia che rotolava lungo la discesa, attorcigliandosi su se stessa, più arrabbiata che mai. Chissà da dove era arrivata.
L’ultima volta con papà e Nicco eravamo saliti nella tribuna centrale. Era un giorno di fine aprile, qualche anno fa. Faceva già caldo. Non c’era alcun evento, ma per qualche ragione le tribune erano aperte. Noi eravamo saliti e, dall’alto, ci eravamo goduti la vista della pista, nel silenzio, sgranocchiando delle carote portate da casa.
Questo fine settimana sono tornata all’autodromo dopo tanto tempo.
Prima con Paolo, Antonio e Mimmo della Tinch. Loro erano lì come specialisti di rianimazione, pronti a intervenire in caso di necessità. Con loro sono arrivata giovedì e da quel giorno li ho accompagnati sull’auto medica e su alcune ambulanze. Con loro ho visto la nuova pista con una luce splendida, senza la folla.
Che emozione essere lì, come un VIP invisibile, in luoghi inaccessibili ai più. Il cielo dell’alba e del tramonto, dalla linea di partenza, è meraviglioso.
Domenica, invece, mi sono goduta la gara. In quella giornata papà si è commosso perché diversi ragazzi, nonostante la ressa e la frenesia della giornata, hanno notato la maglietta che indossava e lo hanno fermato, dicendogli che quella maglia la conoscevano: era quella di Marta!
La gara l’ho vista, certo. Dalla vecchia parabolica.
Ero con alcuni amici che mi avevano assicurato che mi avrebbero spiegato tutto, perché io non ne so molto, a parte che quella rossa è la Ferrari e che nel suo simbolo c’è il cavallino di Francesco, l’aviatore.
Con quei nomi strani, però, avrei dovuto avere qualche sospetto…Tazio, Manuel, Gilles e Ayrton….ma che nomi sono???? Non vi dico, hanno passato tutto il tempo a urlare: “Ai miei tempi sì che si rischiava!!!”, “Smidollati!”, “Le nostre sì che erano macchine, queste nemmeno fanno rumore…” e così via.
Alla fine ho accompagnato papà e Luigi lungo la pista.
Quando finisce la gara e la gente va via, c’è un’atmosfera strana, un po’ come quando scende il tramonto al mare.
La festa è finita, il sole scende, i rumori si fanno ovattati e finalmente si riesce a respirare.
Si cammina piano, in silenzio.
Resta solo una strana malinconia, che vien voglia di sdraiarsi e riposare.









Feature image Clodio, licensed iStockphoto



