Ieri papà ha letto l’articolo del Corriere della Sera in cui si parla del rapporto sulle dichiarazioni dei redditi del 2022, presentato alla Camera dei Deputati alla fine di ottobre.
Probabilmente lo avrete visto anche voi. Sui giornali ha trovato parecchio spazio.
Il rapporto, in estrema sintesi, spiega che il 25% dei contribuenti italiani paga il 75% di tutte le tasse raccolte e che la gran parte dei cittadini paga così poche tasse, o non ne paga affatto, da risultare completamente a carico della collettività.
Ovvio, direte, ci sono tante persone disoccupate, poi ci sono i bambini e tante persone hanno redditi molto bassi.
Vero. E queste persone sono giustamente tutelate dalla nostra Costituzione.
Però, se si guardano bene i dati, è chiaro che molti “dimenticano” di pagare quando dovrebbero.
E non si tratta solo di quei lavoratori che hanno la possibilità di dichiarare redditi falsi, attaccandosi alle più fantasiose spiegazioni per autoassolversi, ma anche di tutta quella piccola evasione diffusa che, complessivamente, sottrae alla collettività somme enormi.
Chris Anderson, venti anni fa, coniò l’espressione “coda lunga”, spiegando che gli stessi ricavi possono essere ottenuti sia vendendo pochi beni di lusso sia vendendo tantissimi beni molto economici.
È grazie a questo meccanismo che i colossi dell’e-commerce guadagnano di più dei grandi marchi famosi.
Ed è sempre questo il meccanismo per cui una piccola evasione diffusa può avere effetti altrettanto micidiali rispetto a quella, criminale, dei grandi evasori.
Visti i numeri, temo che anche qualcuno fra voi possa aver “dimenticato” di dichiarare qualcosa.
Ma tranquilli, non mi va di farvi la morale, figuratevi, io sono solo una bambina.
Piuttosto vi propongo un piccolo esercizio. Serviranno solo pochi istanti.
Scegliete una stanza silenziosa della vostra casa.
Mettete il telefono in mute e chiedete di non essere disturbati.
Ora sedetevi comodi, spegnete la luce, rilassatevi e respirate profondamente.
Immaginate di trovarvi in una corsia di ospedale. Sentite quell’odore inconfondibile?
Immaginate che vostro figlio sia in sala operatoria.
Non avete figli? Allora, diciamo, vostra mamma. Una mamma l’avete per forza.
Ieri le cose andavano alla grande, nessun problema, ma nella notte è capitato qualcosa di spaventoso.
In un attimo vi siete ritrovati in un posto che non conoscete, in cui anche i parenti stretti entrano solo con guanti, camice e mascherina.
È un reparto ad alta specializzazione, con 7 letti, attorno ai quali girano medici e infermieri. Chi si immaginava tutto questo personale, di notte, vero? Che fortuna.
Per fortuna c’era anche un letto libero, proprio stanotte, in questo ospedale che ha proprio il reparto che serviva, altrimenti come minimo toccava fare un giro extra in ambulanza, oppure in elicottero, se c’era, e chissà quanto tempo prezioso si sarebbe perso.
Gli infermieri stanno “accessoriando” un letto che pare un’astronave, con tutte quelle lucine e quei pulsanti per comandare i movimenti delle varie sezioni di cui è composto.
Lo so, la parola “accessoriare” fa un po’ ridere. E’ slang, significa che stanno preparando il letto per accogliere la persona a cui tenete di più con lenzuola verdi fresche di bucato, materassino anti decubito, gambali anti trombosi, 2 o 3 monitor, respiratore automatico, ossigeno, fili, deflussori, supporti per flebo e drenaggi vari, una batteria contraerea di infusori automatici pronti per accogliere siringhe ancora da riempire.
Per fortuna c’è tutto quel che serve.
I cassetti del carrello dei medicinali – c’è un carrello per ogni letto – vengono aperti e chiusi continuamente.
Sul ripiano è già pronta una collezione di siringhe e fiale di tutti i colori, pile di garze sterili confezionate, medicinali, agocannule, sacche per infusioni di vario genere.
Nell’attesa cercate velocemente col vostro cellulare il curriculum del chirurgo che è in sala operatoria. Qualcuno vi ha detto il suo nome.
Però, mica male! Un sacco di anni di università, specializzazioni, master e poi anni di pratica in tanti ospedali importanti. Che fortuna che abbia studiato così tanto, che lavori proprio qui e che, per di più, sia di turno stanotte.
Ecco che si aprono le porte verdi. Arriva un letto.
Sopra c’è il vostro familiare. Intorno ci sono altri medici e infermieri. Chissà da dove arrivano questi, fortuna che erano qui anche loro.
Sopra il letto, strumenti simili a quelli vicino al letto vuoto, la loro versione da passeggio probabilmente.
Trasbordo. Poi tutti lì intorno per un’oretta, come meccanici intorno ad un’auto da corsa.
Da quel momento, per giorni e giorni, decine di persone ronzeranno come api attorno a quel letto.
Ogni pochi minuti, ad ogni allarme, qualcuno sarà lì, aprirà un cassetto, riempirà e svuoterà una siringa, controllerà un parametro, scriverà qualcosa sul computer.
Ore e ore e ore, senza sosta. Per chi segue la Formula 1, l’impressione può essere quella di trovarsi nel box di una scuderia.
Ogni giorno qualcuno sostituirà tutti i deflussori per evitare infezioni, curerà l’igiene, cambierà le lenzuola.
Certo, non ci si diverte come in un albergo di lusso e non c’è il famoso topper di 4 Hotel, però vuoi mettere quanto è più utile una cosa che ti si gonfia e sgonfia automaticamente sotto al culo per provare a evitarti le piaghe? Per fortuna quella c’è.
Serve questo? C’è.
Serve quello? Arriva.
E se non ci fosse stato? Bah, non pensiamoci, la fortuna ci assiste. Troveranno ben loro il modo di avere quel che serve, no?
Piano piano vi accorgete che quegli esami che avete fatto una volta nella vita, bestemmiando per l’attesa, qui li fanno in continuazione. Senza aspettare. Serve una TAC? Una risonanza? Fatte. Esami del sangue? Fatti. Radiografia? Fatta. Trasfusione? In corso. Che fortuna.
I giorni passano, le infermiere si avvicendano e, a un certo punto, notate anche la durata dei turni.
Accidenti, quanto sono lunghi. Saranno mica troppo stanche quelle infermiere? Ma non potrebbero dargli il cambio più spesso? Così finisce che mi scambiano una fiala per un’altra.
Però che fortuna che ci siano almeno queste, ho letto che ne mancano tante e in Svizzera le pagano il triplo, immagina se andassero via.
Serve che vada avanti?
Qui la vera fortuna è che qualcuno quelle scuole, quelle università e quella sanità le abbia pagate, con le proprie tasse, anche non sapendo se un giorno ne avrebbe avuto bisogno.
La fortuna è che ci sia gente che non ha confidato nella fortuna e non ha giocato d’azzardo con la propria vita o con quella dei propri cari.
La fortuna è quella di presentarsi in ospedale senza che nessuno ti chieda se ti puoi permettere una operazione, è quella di aver versato una cifra qualsiasi con le tasse e ricevere in cambio servizi che valgono svariate volte tanto, senza che nessuno ti chieda niente e senza che tu debba venderti la casa per pagare l’intervento e la degenza di tuo figlio.
La fortuna sarà quella di non aver bisogno di certi servizi e, nel caso in cui servano, di non provare rimorsi.
Ora potete riaccendere la luce e tornare nell’altra stanza, tanto era solo un esercizio di immaginazione.
O forse no?
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