Cosa muove le persone a intraprendere cammini di centinaia di chilometri, sapendo che per giorni affronteranno la fatica, dormiranno poco, soffriranno caldo e freddo e combatteranno con vesciche, talloniti e ogni tipo di infiammazione e irritazione?
È un mistero, forse una dimostrazione della meravigliosa follia del genere umano.
Ciascuno ha la propria motivazione. In alcuni casi è spirituale, in altri è la voglia di mettersi alla prova, il desiderio di conoscere nuove persone o magari vivere un’esperienza nella natura.
Ma tutti, proprio tutti, quando finiscono un cammino, sono diversi da come erano prima di iniziarlo.
La scorsa estate, nella Spagna del nord, abbiamo incrociato spesso i pellegrini impegnati nel Cammino di Santiago.
Li salutavamo suonando il clacson o urlando “Peregrinos!” e spesso ci siamo trovati a esclamare “Anche qui, guarda!” indicando l’ennesima conchiglia di San Giacomo, rappresentata su un muro o lungo la strada. A Ribadesella, nelle Asturie, avevamo addirittura affidato a un pellegrino il disegno di un piccolo cinghiale che inserivamo in ogni foto del nostro viaggio, chiedendogli di portarlo fino a Santiago. Ci sarà mai arrivato? Il cinghiale, intendo….
Papà, un giorno, mi ha proposto di fare il cammino insieme, appena fossi stata un po’ più grande.
Non gli avevo detto sì, ma neppure no. Mi lusingava l’idea che lo volesse fare con me perché mi faceva sentire grande e importante.
Mamma, che di queste cose se ne intende, sostiene che quando un’adolescente non dice no c’è di che essere contenti, quel silenzio è quasi un sì. Insomma, qualche possibilità c’era.
Questa estate, tra i tanti viaggiatori che mi hanno portato con loro, ci sono state due persone che hanno fatto qualcosa di più. Un gesto delicato, come una carezza, e bellissimo come il bacio di un innamorato.
La prima è Chiara, che, insieme a Veronica, ha percorso il cammino dei borghi silenti in Umbria.
Si tratta di un cammino ad anello che attraversa paesi silenziosi immersi nella campagna.
Durante quei giorni io e Chiara abbiamo parlato tanto e l’ho conosciuta meglio, lei che ha deciso di fare quel tatuaggio sulla spalla, che guardo ancora incredula, e che spesso mi viene a trovare.
La seconda è Ivan, un cugino di mamma che non conoscevo e che mi è stato subito simpatico.
È un ragazzone che fisicamente mi ha ricordato Joost, il personaggio olandese del film “Il cammino per Santiago”, una storia toccante (attenzione, spoiler!) che parla di un papà che fa il cammino che il figlio non ha potuto concludere.
Ivan quest’anno ha deciso di percorrere il cammino portoghese, che da Lisbona conduce a Santiago de Compostela. Più di 600 km percorsi in 24 giorni!
Non era sicuro di farcela, per cui non aveva anticipato nulla a mamma, ma alla partenza aveva preso due credenziali, i passaporti del pellegrino, uno per lui e uno per me.
“Ultreia!“.
Così si salutano i peregrinos quando si incontrano.
Significa “Andiamo oltre!”, “Andiamo avanti!”. È un saluto gioioso e un incoraggiamento, e io, che sono andata avanti più di tutti, quel saluto l’ho gridato spesso lungo il percorso.
A mio modo, certo, nel vento, tra le foglie degli alberi, nella nebbia mattutina, nel riverbero del sole, nella pioggia e mentre mi dondolavo su un’altalena in mezzo ai campi.
Abbiamo formato una bella coppia, io e Ivan, sembravamo Masha e Orso :-)
Alla fine, dopo aver ritirato la nostra Compostela, il documento che attesta il completamento del cammino, abbiamo proseguito per Finisterre, che per gli antichi rappresentava la fine del mondo occidentale, e poi ancora su, fino a Muxía.
Papà ora continua a pensare al giorno in cui partiremo insieme, perché adesso ci siamo promessi che lo faremo.
Dobbiamo solo scegliere la data, il percorso, lo zaino, le scarpe e mille altre cose.
Papà, che dici, iniziamo a prepararci? Non vedo l’ora di ripartire!









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