Sabato 23 novembre.
Finiscono oggi le prime sei settimane di lavoro delle rianimatrici e delle infermiere della Tinch di Monza presso l’Ospedale Gaslini di Genova. Ogni settimana una coppia medico-infermiere si è trasferita a Genova per affiancare le persone della Terapia Intensiva Pediatrica e Neonatale di uno degli ospedali più importanti in Italia ed in Europa per la cura di bambini e neonati.
In queste giornate ho accompagnato Maria, Giulia, Marta, Noemi, Anna e Claudia lungo corridoi interminabili che ricordano molto i carruggi di questa città.
Le ho spesso aiutate a perdersi, grazie al mio proverbiale senso dell’orientamento.
Mi sono fermata con loro nelle stanze dei piccoli pazienti, vegliandoli quando, per qualche istante, rimanevano soli.
Ho osservato i disegni sulle pareti colorate delle camere, sulle macchine per le radiografie e sulla TAC, che talvolta ti fanno pensare di essere in un asilo o all’acquario.
Ho avvicinato alle mani dei pazienti i piccoli polpi colorati fatti all’uncinetto dalle volontarie.
E mi sono seduta accanto ai genitori, stravolti dalle emozioni e dalla stanchezza; nei loro occhi c’erano lacrime uguali a quelle di mamma e papà, nei loro cuori le stesse paure e speranze, nella gola le stesse parole strozzate, nella testa le stesse preghiere silenziose.
Le mie ragazze sono tornate entusiaste.
Quando papà mandava un messaggio alle dottoresse per sapere come stessero andando le cose, loro rispondevano, emozionate, di aver imparato tanto, di aver visto gesti di indicibile dolcezza e di aver assistito a interventi di estrema complessità. Come ha spiegato Giulia, per i rianimatori non esiste il no: si fa, si prova, ci si crede e si va avanti a muso duro, a tener testa a quell’ombra maledetta che si nasconde sotto ogni letto.
Che emozione sentirle dire che queste settimane sono valse quanto 6 mesi di studio sui libri!
Un grazie speciale per l’accoglienza e la generosità va ai medici e agli infermieri del Gaslini.
Al primario Andrea, anzitutto, che quando sorride ti fa sentire che andrà tutto bene. Ai suoi dottori, in particolare a Silvia, Stefania, Francesca, Alberto e Franco. Alla caposala Annalisa, dai ricci indiavolati, a Sara, Morgana, Elisa, Federico e a tutti gli altri infermieri.
Ieri il primario del reparto ha chiamato papà per salutarlo e ringraziarlo (lui che ringrazia mio padre, pensa te!).
Papà si è un po’ commosso e gli ha confidato che spera che si possa ripetere questa esperienza con altri medici e altre infermiere.
A un certo punto si sono detti una cosa che non ho capito bene, ma il dottor Andrea ha rassicurato papà ridendo e gli ha promesso che conserveranno un’adeguata dose di antipatia ligure, in modo che nessuno della Tinch di Monza pensi neanche lontanamente di trasferirsi a Genova.
Sapete, qui nessuno può vincere da solo. Questo mondo è troppo complesso. Solo facendo rete, costruendo relazioni, imparando continuamente, si può pensare di andare avanti. Ed è importante che un bambino che sta male non debba spostarsi troppo lontano da casa, quindi occorre che siano i medici e gli infermieri a viaggiare, a imparare cose nuove, a farle proprie e a portarle a casa, per usarle quando sarà necessario.
La sera sta scendendo.
Il mio amico Fabrizio suona piano la sua chitarra e con Marta e Noemi, che purtroppo non possono sentirlo, ci godiamo quest’ultimo tramonto sul mare, a cui abbiamo guardato ogni mattina ed ogni sera.
Le onde si infrangono regolari sulla battigia.
È il respiro del mare, quello, il suo incoraggiamento ai piccoli pazienti che dormono alle nostre spalle, in reparto.
Forza, respirate al mio ritmo, vi aiuto io, sembra dire.
Coraggio, piccoli miei, buona vita.












*”U mæ ninin, u mæu, mæ” è il primo verso di Sidun, di Fabrizio De Andrè. In genovese significa “il mio bambino, il mio, mio”.



