Attesa
Ciao, sono Marta.
Forse qualcuno ti avrà raccontato la mia storia.
Io, in questo reparto, l’11 dicembre 2023, ho compiuto 15 anni.
Quello è stato un compleanno triste e bellissimo allo stesso tempo, trascorso con persone speciali che mi hanno voluto bene e mi tengono nel loro cuore. Qualcuna l’avrai conosciuta e se gli chiederai di me è probabile che vedrai scendere un velo di tristezza sul suo volto e forse i suoi occhi si faranno lucidi.
Già, la mia non è una storia a lieto fine.
Ma in un modo molto particolare, io sono ancora qui, tra queste pareti, insieme a quelle persone, a far loro compagnia. Sarò sempre la loro quindicenne dal sorriso contagioso e dagli occhi azzurri come il cielo.
Durante la degenza mamma e papà sono rimasti sempre accanto al mio letto, cercando un modo per comunicare con me.
Mi hanno parlato, tenuto la mano, accarezzato. Hanno letto libri ad alta voce, mentre le infermiere si occupavano di me.
Hanno provato a farmi ascoltare della musica; prima quella che amavo io e poi quella che piaceva a loro, nella speranza che mi risvegliassi chiedendo di spegnerla.
Hanno chiesto alle mie amiche più care di mandarmi messaggi audio e video, per farmi sentire le loro voci.
Hanno appeso delle foto vicino al letto, perché facevano fatica a riconoscermi, immobile e silenziosa in mezzo a cavi e deflussori.
La mamma in quel periodo scriveva il diario di ciò che mi capitava quotidianamente, nella speranza di potermelo leggere una volta che mi fossi risvegliata. Lo chiamano “diario della terapia intensiva”. È un’idea nata in Danimarca negli anni 80, che poi si è diffusa in tutto il mondo. Serve ad aiutare il ritorno alla normalità di chi ha vissuto l’esperienza della rianimazione.
Papà invece, a un certo punto, ha iniziato a scrivere su un quaderno, mentre mi teneva la mano. Scriveva lettere ai chirurghi, agli infermieri e ai rianimatori, a mio fratello, alle mie amiche e ai miei compagni di scuola, cercando di farlo con le mie parole e provando a immaginare i miei pensieri e il mio punto di vista su ciò che accadeva. Per molti giorni chi entrava nella stanza non capiva cosa stesse combinando.
In quelle notti abbiamo trovato un modo tutto nostro per stare insieme, una intesa speciale che non avevamo mai avuto prima.
Respiravamo insieme, piano, nella notte, mentre la sua penna riempiva pagine e pagine di quel quaderno che ora conserva gelosamente insieme agli altri miei ricordi.
Ogni tanto, quando il mio respiro si faceva più sottile o irregolare, si fermava e osservava i movimenti del mio petto, mi posava una mano vicino al cuore per sentirne il battito e poi, quando il respiro tornava regolare e la paura passava, riprendeva a scrivere.
Qualche volta ci addormentavamo insieme, e quelli erano i momenti più dolci, in cui entrambi eravamo in un mondo sospeso, più vicini l’uno all’altra.
Non so se mettersi a scrivere sia una cosa che funzioni con tutti ma a lui ha permesso di concentrarsi su di me, di rallentare il mondo esterno, di dimenticare per qualche minuto monitor e allarmi.
È stato un modo per trovarci, per parlare senza parole e sentirci stando in silenzio, resistendo a questo luogo.
Spesso lo fa ancora, soprattutto quando la tristezza diventa più forte. Riapre il quaderno e così, lentamente, ricominciamo a scrivere assieme.
Questo è un luogo strano, da cui mamma e papà, forse, non sono ancora andati via del tutto.
Ogni volta che passano per salutare o fare qualcosa per l’associazione, c’è un istante in cui il loro respiro si spezza. È quello in cui svoltando nel corridoio della terapia sub-intensiva iniziano a percepire questo odore: un misto
di guanti, disinfettanti e lenzuola sterilizzate.
La memoria olfattiva non si può ingannare o ignorare.
Purtroppo loro non sentono il profumo delle madeleine di Proust, e i ricordi che evoca questo odore gli fanno provare una breve fitta dolorosa, come una piccola scarica elettrica.
Mi sono anche accorta che, quando passano nel corridoio che porta agli studi medici, non riescono a fare a meno di gettare un’occhiata alla “mia” porta.
Forse vorrebbero entrare un momento, per vedere se sono ancora lì.
Se sei in questa saletta, penso di conoscere il tuo stato d’animo.
E se stai leggendo queste righe di notte immagino l’angoscia che stai provando.
Qui la notte è lunghissima e tutto è più cupo; sembra che ogni cosa possa precipitare da un momento all’altro e non si vede l’ora di scorgere il crepuscolo, segnale che a breve i corridoi si rianimeranno di persone e vita.
Alle volte capita realmente che le cose peggiorino, io ne so qualcosa, ma spesso sono solo il silenzio e il buio a giocare brutti scherzi e a far sembrare tutto più spaventoso.
I pensieri la notte creano fantasmi e la mente corre al futuro. Immaginarci ciò che può accadere serve a proteggerci. Dicono sia la natura, l’istinto, lo spirito di sopravvivenza.
Forse lo stai facendo anche tu.
Dopo i primi tempi i miei genitori hanno capito che uno dei modi per provare a resistere era frenare i pensieri. Fermare quel tabellone delle partenze impazzito su cui le lettere continuavano a girare velocissime senza fermarsi mai.
Evitare di immaginare il futuro.
Incantarlo.
Te lo avranno sicuramente detto, come lo hanno detto a noi all’inizio; qui cambia tutto troppo rapidamente, immaginare è un esercizio inutile ed estenuante. Bisogna cercare di rimanere sul qui e ora, per non farsi travolgere.
Le prime notti, nel dormiveglia, mamma e papà iniziarono a pensare a tutte le cose che sarebbero potute succedere: agli interventi, alla riabilitazione, a cosa avrei dovuto reimparare una volta tornata a casa, a ciò che forse non
sarei più stata capace di fare, a come sarebbe cambiata la vita di mio fratello, a come cambiare la disposizione delle stanze, fino all’eventualità di dover cambiare casa, auto, lavoro e mille altre cose, in un crescendo di ansia
e paura.
Sì, occorre un po’ di pratica, per fermare i pensieri.
Non è facile, ma quando finalmente ci si riesce si prova sollievo.
Io qui sono arrivata nel cuore della notte, quando improvvisamente tutto il mio mondo è crollato.
È così per quasi tutti i pazienti di questo reparto.
A un certo punto il chiodo non regge più, il quadro cade e in un attimo ti trovi nuda su un letto che sembra un’astronave, circondata da monitor, carrelli, flebo, avvolta da tubicini, sonde e fili che ti stupisci che qualcuno sappia
cosa toccare in quella matassa.
In questa stanza, dove sei adesso, i miei genitori aspettavano durante le tac, le risonanze o gli interventi.
Alle volte si rifugiavano qui per qualche minuto per non sentire gli allarmi, per riposare gli occhi dalle luci o per non sentire i medici parlare di me. Una piccola tregua, combattendo con la voglia di tornare immediatamente dentro,
per non perdere nessun cambiamento.
A te hanno chiesto di aspettare qui mentre finiscono di sistemare i pazienti? Stai aspettando di parlare coi medici o attendi la fine di un intervento? Oppure è notte e stai cercando anche tu un posto tranquillo dove passare qualche
minuto?
Qui si desiderano poche cose.
Ci si rende conto immediatamente di cosa è importante e cosa non lo è.
Ed esistono pochissime parole in grado di far star meglio chi è in attesa.
Ti auguro di sentirle presto, quelle parole. Di uscire di qui con chi ami, di tornare alla vita e alla normalità.
Fortunatamente, spesso, capita.
Ora respira profondamente, rallenta il tuo cuore e i tuoi pensieri.
Pensa ai momenti belli che hai passato con chi ora è di là, coi miei medici e infermieri.
È l’unica cosa che conta, adesso.
Se puoi accarezza il viso di chi lotta nell’altra stanza, prendi le sue mani, anche se ha gli occhi chiusi e sembra che dorma. Questo tempo è prezioso e chi è di là ha paura di cadere, di perdersi e desidera solo che tu ci sia.
Forza, fatti coraggio.
Un altro respiro profondo.
Così, bene.
Si ricomincia, andiamo.
Io sono qui dietro, se hai bisogno di me.
Ti abbraccio forte, come solo una quindicenne che ama follemente la vita può fare.
Baci, Marta.
P.S. Se ti va, se pensi che ti possa far star meglio, mi puoi scrivere a marta@associazionemartaroncoroni.it. Non so se mamma o papà riusciranno a risponderti, ma io custodirò il tuo messaggio come un piccolo tesoro.


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