Alla fine di maggio ho ricevuto una mail.
Era scritta da una persona che non conoscevo e leggendola sono stato travolto da un vortice di emozioni.
In questi mesi ho pensato spesso a quell’istante, alle immagini che ha evocato e a come raccontarlo, perché credo sia giusto farlo e, soprattutto, perché credo sia una storia bella.
La mail era di un’illustratrice, che ha preferito non essere citata in questo racconto.
Attraverso le sue parole ho scoperto che Marta aveva iniziato a seguirla sui social, probabilmente un paio di mesi prima di stare male, e che i personaggi dell’illustratrice erano stati per lei una fonte di ispirazione, in quella che forse era la ricerca di una sua strada artistica.
Le signore di Marta e quelle dell’illustratrice sono coetanee, hanno storie e identità diverse, ma mi piace pensare che, in qualche modo, si conoscano. E forse siano amiche.
Questa scoperta ci ha fatto ripensare a ciò che avevamo immaginato, alle tracce che avevamo trovato, alle parole che non c’era stato il tempo di pronunciare. Dei personaggi di Marta, infatti, non sapevamo nulla.
Non ci aveva raccontato da dove nascessero, cosa rappresentassero per lei, cosa avrebbe voluto farne. Non ne aveva avuto il tempo.
I suoi schizzi riposavano tra i tanti album e quaderni sulla sua scrivania, in mezzo a mille altri, tracce silenziose del suo passaggio.
Noi li abbiamo trovati, li abbiamo guardati con gli occhi umidi e ce ne siamo innamorati.
Poi, pian piano, quei disegni si sono caricati di nuovi significati.
Hanno iniziato a vivere — per quanto singolare possa sembrare questo pensiero — e spesso ci hanno sorpreso.
Per i bambini sono diventati buffi personaggi attorno ai quali creare mondi immaginari.
Per alcune persone sono diventati simboli da portare in ospedale in un momento di particolare difficoltà, cuscini da stringere per superare la paura.
Sono diventati, insomma, altro rispetto a ciò che erano all’inizio, entrando di fatto in quel concetto di “continuing bonds” che sperimentiamo spesso: la prosecuzione, in forma diversa, di una relazione che non finisce quando cambia la presenza dell’altro.
Mi piace pensare che, a un certo punto di questa storia, i personaggi di Marta abbiano avuto voglia di incontrare le loro coetanee.
Di manifestarsi, di raccontarsi, in una sorta di percorso circolare, magico e misterioso.
Forse Marta avrebbe desiderato conoscere la persona che ci ha scritto.
Magari questo è stato il suo modo per avvicinarla, tirando un filo invisibile tra loro.
Impossibile saperlo con certezza. E forse è giusto che una parte di questa storia rimanga misteriosa.
L’illustratrice ci ha chiesto di non utilizzare più l’espressione “Le Sciure di…” per indicare i disegni di Marta.
Pur essendo un’espressione alla quale ci eravamo affezionati, abbiamo scelto di rispettare questo desiderio e, da questo momento, useremo un nuovo nome, che dobbiamo ancora trovare.
Cambierà il modo in cui li chiameremo, ma non la loro storia.
Perché, nel frattempo, quei disegni hanno iniziato a camminare da soli.
Hanno una loro identità, un loro carattere, e siamo curiosi di scoprire cosa quelle piccole donne abbiano ancora in serbo per noi e per gli altri.
Anche questo cambiamento farà parte del loro cammino.
Giovanni
Feature image Karel Drozda, licensed Pexels.com under CC0
[*] Il titolo è tratto da Ogni cosa è illuminata di Jonathan Safran Foer, 2002



